10.3.13

Laughing man POST



"See you, space cowboy"

6.6.12

Studio Aperto, esperti in nulla


I giornalisti, si sa, trattano talvolta temi di cui sanno poco o nulla. 
Niente di scandaloso: a nessuno è dato conoscere l'intero scibile umano. Ecco perchè, in genere ci si specializza: esteri, sport, politica...
Cosa ci si può aspettare da un telegiornale specializzato in cuccioli, gnocche e chiacchere da bar?
In cosa altro sono preparati i giornalisti-di-ritorno di Studio Aperto? In moda? In occultismo, ufologia?
Di certo non in italiano. Anzi, tra "amichètte", "orsètti", "eh sì, perchè", Studio Aperto è tra i programmi che più tende a impoverire la lingua italiana.

Esempio lampante e insopportabile è l'utilizzo che viene fatto della parola "esperto".
Sono tutti esperti! (e certo, se le uniche qualifiche dei giornalisti di NewsMediaset sono in luoghi comuni, morbosità e sciacallaggio, qualcuno dovrà pur parlare di cose serie nei servizi!)
Il sismologo è l'"esperto di terremoti", l'economista o l'analista finanziario diventano gli "esperti di economia" e le previsioni del tempo, ovviamente, vengono date dall'esperto meteo, perchè scandire correttamente meteorologo è troppo difficile.

Altra peculiarità di quello che già anni fa qualcun'altro definì "Spazzagiornale", sono come scritto, la morbosità e il terrorismo psicologico.
Viene fatto un abuso costante della parola "allarme". Allarme valanghe, allarme afa, allarme siccità, allarme maltempo...a sentire le mezzobusto di Italia1, pare un bollettino di guerra quotidiano, quando in realtà basterebbe utilizzare correttamente l'italiano per fare servizi sulle mezze stagioni senza diffondere il panico: "allerta", e non "allarme". 
Dire "allerta maltempo" è fare informazione, dire "allarme maltempo" è fare spettacolo.

Esperti in nulla, è allarme vocabolari!

10.5.12

Suicidi a catena, è Stand Alone Complex?

La crisi morde, l’austerity abbatte. Dall’inizio dell’anno i suicidi a causa del lavoro sono 38, 13 solo in Veneto. Quasi sempre imprenditori schiacciati dai debiti, che non riescono a pagare i propri dipendenti e, incapaci di reagire e affrontare la vergogna del fallimento, si tolgono la vita, impiccandosi o sparandosi.

Ma queste morti sono davvero solo frutto di angoscia e depressione?
Oppure è in atto un fenomeno di Stand Alone Complex?
Come qualcuno ricorderà, ho già affrontato l'argomento in un precedente articolo; in breve, è un fenomeno a metà strada tra il comportamento emulativo e l’isteria di massa, in cui “azioni non correlate, ma molto simili, di più individui creano uno sforzo apparentemente convergente [...] che provoca un cambiamento complessivo della struttura sociale”.

L’epidemia di suicidi in atto sembra corrispondere alla descrizione. Infatti tutte queste tragedie trasmettono e rafforzano attraverso i media un messaggio sulla condizione disperata dell’economia e della società italiane.

Questo assurdo bollettino di guerra insieme alle fiaccolate delle vedove hanno sortito certi effetti sulle politiche del Governo, che per esempio si è mosso per “spuntare i denti” ad Equitalia con una maggiore flessibilità per le riscossioni e sanzioni meno severe. Può essere poco, ma è un primo effetto. 
Sarebbe accaduto ugualmente senza il messaggio d’addio di questi imprenditori, mariti e padri? Io non credo.

Manca però un tassello per ricondurre questa tragedia sociale allo Stand Alone Complex (per questo c’è il punto di domanda nel titolo): nel  "Complesso del solitario" l’autore dell’atto emulativo originale è fittizio o non rintracciabile, è una facciata che esiste solo nella mente del pubblico che apprende la notizia dai media.
Non sembra questo il caso. Eppure, a pensarci, risalire al "primo suicida per debiti" è cosa ovviamente impossibile. Quello che invece sappiamo attraverso tv e giornali è che il fenomeno è in aumento esponenziale e che la presenza di questi fatti nella cronaca quotidiana colpisce profondamente l’immaginario collettivo, le istituzioni e la società.
Insomma, il suicidio è sia via di fuga sia messaggio, da quando l’unico modo per comunicare con lo Stato è diventato ammazzarsi. Chi sia stato il primo a lanciare questo messaggio è semplicemente irrilevante.

C’è un’altra più conosciuta teoria della sociologia della comunicazione, apparentemente appropriata, che riguarda specificamente i suicidi: si tratta dell'Effetto Werther (citato, ad esempio, da Enrico Mentana in un commento all’ennesima notizia di un imprenditore suicida).
Tuttavia, l’effetto Werther si riferisce a catene di suicidi provocate dalla notizia di una morte attraverso i media che colpisce l'immaginario collettivo. Riguarda quindi la mera emulazione di un’icona. Un esempio eclatante fu la morte di Kurt Cobain che uccidendosi portò involontariamente altre 68 persone in tutto il mondo a seguirlo.
In realtà, dunque, l’effetto Werther ha poco a che vedere con l’attuale "epidemia".
E’ la spiegazione di un meccanismo molto più lineare di quello che abbiamo davanti ed è semplicistico ridurre quanto sta accadendo allo stesso livello di un fan sconvolto e depresso.

Appare ben più calzante una forma estrema di Stand Alone Complex che prevede, come scritto, un effetto del comportamento individuale, la presenza di convinzioni politiche diffuse e/o di un’intensa copertura dei media, in uno scenario dove “ciò che origina l’intera concatenazione resta indefinito” e “ognuno agisce per conto suo, ma emerge un insieme coerente”.
Il tutto è intensificato dalla rete informatica. Infatti, lo sviluppo di network espone un numero sempre maggiore di individui agli stessi stimoli, “rendendo la coscienza diffusa e le risposte di grandi gruppi di persone sempre più simili, con il risultato che i potenziali comportamenti di emulazione che formano uno Stand Alone Complex aumentano in modo esponenziale”.

In tutte le interviste rilasciate, nessuna delle mogli in lutto ha saputo spiegare la decisione estrema del proprio marito. Forse la spiegazione c’è. Non è semplice da capire né da accettare, ma forse, le morti di questi uomini hanno un senso
Un messaggio, che va ascoltato perché il loro sacrificio non sia vano e per non renderne necessari di ulteriori.

9.5.12

Il ballo delle province


Monti ci aveva illusi di abolirle, per poi tornare sui suoi passi. Ma con i tempi che corrono le amministrazioni pesanti e poco proficue restano nel mirino.

Ufficialmente le province sono in via di abolizione, il rinnovo dei consigli provinciali è congelato, ma nei fatti nessuno sa ancora bene come ripartire le competenze tra gli altri livelli amministrativi.
I cittadini italiani sono tutti invitati al gran ballo delle province!


Dalla nuova alla vecchia Sardegna

I cittadini sardi hanno appena votato per l’abolizione delle quattro provincie di Ogliastra, Medio Campidano, Carbonia Iglesias e Olbia Tempio. Province istituite appena 7 anni fa, tra un misto di indifferenza ed entusiasmo, nella speranza di una migliore organizzazione e qualche nuova poltrona, che in tempi di depressione tornano utili.
Ora che però il bilancio è sempre più in rosso e le fabbriche non smettono di chiudere, le province, così come erano arrivate, ma meno pomposamente, se ne vanno. 

Ottimo, per carità, ma la domanda sorge spontanea: pensarci prima no?
Bisognava bruciare decine di milioni di euro e arrivare al referendum?


Grande Brianza…verso la Svizzera?

Situazione speculare in Lombardia, dove il Presidente della provincia di Monza e Brianza, Dario Allevi, ha proposto ai colleghi di Como e Lecco di fondere le tre istituzioni nella “Grande Brianza”, nella speranza di evitare i tagli. Le due province del Lago di Como per ora pare abbiano risposto picche ai brianzoli, che si sono separati da Milano appena 3 anni fa (anche Lecco, a dirla tutta, ha appena 20 anni). Un'imposizione della Lega Nord, in barba all’efficienza e al risparmio per avere un piccolo feudo celta, dove aprire gli incostituzionali “Ministeri del Nord”. Anche quelli un vergognoso spreco di denaro pubblico.

E ora, la Mega-Brianza... Un primo passo verso l’annessione alla Svizzera, come vorrebbero nelle vicine Sondrio e Varese?
Monza e Brianza andrebbe banalmente abolita come le province sarde; tornare territorio milanese che, secondo Costituzione deve divenire una delle 15 città metropolitane d’Italia (art. Cost. 114 del 2001).

Un altro frangente di riforme amministrative incompiuto da anni, come rischia di rimanere quello delle province. Un limbo eterno di annunci e smentite, passi avanti e passi indietro...
E un e due e tre e quattro!

Sono aperte le danze.

29.4.12

Save the EU

Questo grafico pubblicato dal Corriere della Sera ritrae la situazione economica dei 27 stati dell’Unione Europea.
A un primo colpo d’occhio si nota come la situazione sia complessa, con alcuni casi particolarmente gravi, ma ad osservare i dati nel dettaglio, è anche la riprova che la moneta unica non ha una correlazione diretta con la salute dei singoli Paesi.

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Euro o non Euro non è significativo. Lo si vede in particolare prendendo due casi: quello dell’Estonia (Eurozona) in confronto alle altre due repubbliche baltiche con valuta nazionale, e quello dell’ex-Cecoslovacchia: Bratislava con l’Euro e Praga con la Corona.
Nel primo caso, l’Estonia se la cava molto meglio rispetto alle due repubbliche “sorelle”, nel secondo, la Repubblica Ceca ha un deficit minore della Slovacchia, ma cresce meno della metà. Tutti questi paesi hanno un rapporto debito-Pil inferiore al 50%, ben lontani dalla soglia del 100%, da noi ampiamente superata, oltre la quale uno stato non può più investire, perché gli incassi vanno a ripagare gli interessi sul debito.

(per chi non mastica molto di economia, come la (dis)onorevole Paola Concia che pensa che “un grosso debito è un deficit per lo Stato”, in soldoni il rapporto deficit/Pil è quanto uno stato perde in un anno –o guadagna, in caso di surplus-, il rapporto debito/pil indica quanto pesa l’intero debito sullo stato, mentre il Pil in questi termini indica la “reattività” di un’economia, ovvero la produttività e la crescita del mercato.
La crescita del mercato incide positivamente sul deficit che si riflette sul debito; in alternativa, con un’economia in recessione, uno stato “sano” può investire, aumentando il debito, ma rimettendo in moto un ciclo virtuoso che sul medio-lungo termine porta un beneficio alle casse e in definitiva ai cittadini).


Un altro confronto significativo è quello tra Francia e Regno Unito. Gli inglesi, da sempre refrattari a politiche comunitarie, se la passano peggio dei francesi. Anzi, se la passano quasi peggio di noi, con la differenza che il loro debito non ha raggiunto ancora quota 100% sul Pil, anche se, con un deficit all’8% ci stanno per raggiungere nel club dei PIIGS, persino prima della Spagna, che sconta però una disoccupazione da guinness dei primati.

Insomma, come scritto, non c’è alcuna evidenza di una relazione diretta tra la crisi sistemica e l’Euro. Il vero problema è la governance economica: chi fa cosa con i nostri soldi e soprattutto (regola d’oro) come.

La prima evidenza del grafico è in verità la disparità nelle diverse economie. Un’ “anarchia” che in un mercato unico non è più, evidentemente, possibile.
Mercato unico e non moneta unica. Sono in crisi anche Stati che ancora non hanno adottato l’Euro; anche quelli che (Regno unito e Repubblica Ceca) non hanno sottoscritto il Fiscal Compact, il nuovo trattato comunitario che cerca di ri-armonizzare le diverse economie dell’Unione.


Fiscal Compact

Dall’istituzione dell’Area Schengen (mercato unico), più che dell’Eurozona (moneta unica), infatti, le diverse economie nazionali sono legate tra loro. Lasciando da parte per ora la mediazione delle banche (che riguarda il come di cui sopra), ciò che avviene ora è che ci strattoniamo a vicenda: Irlanda e Portogallo prima, Grecia poi e infine noi italiani, con le nostre politiche sciagurate e amministrazioni spericolate strattoniamo verso il basso gli altri Stati dell’Unione costretti a pagare per ripianare il debito, indebolendo tutto il sistema.
Il fiscal compact si propone di riportare tutti a remare nella stessa direzione, impegnando i singoli Stati a mantenere il disavanzo primario entro il 3%.
Una norma per responsabilizzare i governi nazionali, che nell’Unione Europea del 2000 sono in un rapporto di co-dipendenza tra loro. Una politica sbagliata o sconsiderata da parte di uno Stato ha ripercussioni su tutti i 400 milioni di cittadini europei.


Euro
No Euro
Germania
Finlandia
Estonia
Lussemburgo
Malta
Austria
Bulgaria
Ungheria
Svezia
Danimarca

Slovenia
Olanda
Cipro
Francia
Belgio
Slovacchia
Spagna
Polonia
Lituania
Lettonia
Romania
Repubblica Ceca *
Regno Unito *

Italia
Irlanda
Portogallo
Grecia

Stati con deficit oltre il 3% rispetto al pil
Stati con deficit oltre il 3% e debito pubblico oltre il 100%
* non hanno firmato il Fiscal Compact


Per questo, il Fiscal Compact (insieme al Meccanismo Europeo di Stabilità, che istituisce un fondo di salvataggio permanente garantendo minori speculazioni finanziarie), sulla carta è una buona misura, anche se da sola non basta. Si entra qui nell’ambito della governance: servono politiche comunitarie serie ed efficaci.

Eppure, in tutto il continente, miopi nazionalismi che non hanno mai nemmeno voluto provare ad entrare in uno spirito e un’ottica europei ora spopolano, complici la paura e la stanchezza della popolazione, e hanno l’occasione di affossare il Fiscal Compact prima della nascita.

Nello specifico, in Irlanda, dove tra un mese si vota il referendum per la ratifica del trattato.
Quasi certamente vincerà il no. No allo strapotere delle banche? Anche, ma non solo. Il no al Fiscal Compact significa no al risanamento dell'Irlanda stessa, che non l'Euro, ma la speculazione bancaria e finanziaria hanno portato sul baratro.
Non va dimenticato che la prima nazione europea a cadere è stata proprio l’Irlanda, rendendo necessario il primo fondo di salvataggio (il futuro MES).
Oggi l’Irlanda ha un deficit al 13% e un debito al 108%. Sono loro la prossima Grecia.
Votare no al referendum significa evitare di affrontare il problema e continuare ad andare a fondo, perché senza politiche correttive il giorno dopo aver bocciato il trattato l’Irlanda resterà nella stessa condizione disperata, fino a rendere necessario un nuovo intervento degli altri stati, singolarmente e come Unione.


Italia

Vada come vada nel resto d’Europa, per l’Italia l’obbiettivo 3% non è tanto distante, ma il vero traguardo è riportare sotto la soglia del 100% un debito spropositato, gonfiato a suon di opere faraoniche, missioni di guerra, speculazione, evasione…in generale, cattiva amministrazione.
Solo allora lo Stato potrà tornare a investire e a fornire servizi, anziché tagliarli.
Per come stanno andando le cose, purtroppo, non è così sicuro che ci arriveremo in tempo per salvare quel che resta dello stato sociale, né che per allora esisterà ancora l’Europa così come la conosciamo. C’è chi lavora giorno e notte per distruggerla.
Io voglio però credere che quelli che come me vogliono salvare l’Unione Europea siano ancora la maggioranza.



Per approfondire:
Europa questa sconosciuta Parte1 - Parte 2
I complottisti dell'era Facebook e le balle sull'UE Parte 1 - Parte 2