16.12.08

Il fatto -taciuto- del mese

Parliamo del retroscena nella vicenda De Magistris, il magistrato martire che ha ripreso in mano i fascicoli del proprio lavoro in questi giorni.
La vicenda vi annoia? Ci capite poco o avete perso qualcosa?
Breve riassuntino: 2007, il prode De Magistris indaga su 3 diverse inchieste che coinvolgono, a diverso titolo, alcune cariche pubbliche preminenti, fra
cui membri del CSM, della Corte d'Appello, della Corte di Cassazione, un procuratore e metà della magistratura lucana, oltre, ovviamente, al noto ex-Ministro della giustizia Mastella e all'idolo delle masse (...) il capogruppo Udc Cesa.
Quanto avvenuto con Mastella lo sappiamo bene tutti e lo sconteremo per altri tre anni. A Catanzaro, invece, De Magistris è stato cacciato e i suoi fascicoli chiusi in un cassetto per abuso d'ufficio e reati a mezzo stampa.
E qui è avvenuto il finimondo.
Per i reati commessi da magistrati, la legge prevede le "competenze a catena": sui reati commessi a Catanzaro (da De Magistris) indaga Salerno. Per i reati di Salerno indaga Napoli, su Napoli Roma e così via. Questo per prevenire esattamente quello che è successo. Anche De Magistris -trasferito proprio a Salerno- denuncia i superiori, dei colleghi e alcuni giornalisti di Catanzaro; per conto di due inchieste della stessa procura, quindi, atti e computer vengono trasportati a Salerno. A quel punto, accade l'irreparabile: Catanzaro denuncia Salerno e si riappropria degli atti e dei pc.

Il fatto è gravissimo, perchè se davvero Salerno fosse stata colpevole di abuso, sarebbe stata Napoli a dover indagare, non la stessa indagata, la procura di Catanzaro!
Invece di scagliarsi su gli esecutori calabresi del sequestro, i media hanno liquidato la vicenda in terza pagina come una "guerra tra procure". 
Incredibilmente la vicenda si risolve nel verso migliore: De Magistris si riappropria delle proprie carte e può rimettersi al lavoro. Controllato, spiato e sotto tiro, ma di nuovo in corsa.

Arriviamo al dunque: un
a settimana fa il giornalista del Corriere della Sera, Carlo Vulpio, è stato licenziato dal direttore Carlo Mieli, per un pezzo in cui rivelava, finalmente alcuni degli indagati dell'inchiesta. Uno scoop, in altri paesi varrebbe un premio o un avanzamento in redazione. Invece, nel Paese della Libertà, viene licenziato.
La vicenda integrale è riportata dallo stesso Vulpio sul
blog di Grillo; trovo più interessante riportare l'articolo pubblicato su Micromega -ripreso da CarloVulpio.it- per come è esemplificato il quadro della vicenda dal punto di vista interno di chi ci ha lavorato per anni senza essere ascoltato.

<ferenza dei magistrati, non possono essere trasferiti. Avrei fatto meglio a stare zitto. Da lì a poco sarei stato “trasferito” anch’io.
E’ stato la sera del 3 dicembre, dopo che sul mio giornale era uscito un mioservizio da Catanzaro sulle perquisizioni e i sequestri ordinati dalla procura di Salerno nei confronti di otto magistrati calabresi e di altri politici e imprenditori.
Come sempre, non solo durante questa inchiesta, ma perché questo è il mio modo di lavorare, avevo “fatto i nomi”. E cioè, non avevo omesso di scrivere i nomi di chi compariva negli atti giudiziari (
il decreto di perquisizione dei magistrati di Salerno, che trovate su questo blog in versione integrale) non più coperti da segreto istruttorio. Tutto qui. Nomi noti, per lo più. Accompagnati però da qualche “new entry”: per esempio, Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Corte di Cassazione, Simone Luerti, presidente dell’Associazione nazionale magistrati.
Con una telefonata, il giorno stesso dell’uscita del mio articolo, la sera del 3 dicembre appunto, invece di sostenermi nel continuare a lavorare sul “caso Catanzaro” (non chiamiamolo più “caso de Magistris”, per favore, altrimenti sembra che il problema sia l’ex pm calabrese e non ciò che stanno combinando a lui, a noi, alla giustizia e alla società italiana), invece di farmi continuare a lavorare – dicevo –, come sarebbe stato giusto e naturale, sono stato sollevato dall’incarico.
Esonerato. Rimosso. Congedato. Trasferito.
Con una telefonata, il mio direttore, Paolo Mieli, ha dichiarato concluso il mio viaggio fra Catanzaro e Salerno, Potenza e San Marino, Roma e Lamezia Terme. Un viaggio cominciato il 27 febbraio 2007, quando scoppiò “Toghe Lucane” (la terza inchiesta di de Magistris, con “Poseidone” e “Why Not”). Un viaggio che mi fece subito capire che da quel momento in poi nulla sarebbe stato più come prima all’interno della magistratura e in Italia.
Tanto è vero che successivamente ho avvertito la necessità di scrivere un libro (“
Roba Nostra”, Il Saggiatore), che, dicevo mentre lo consegnavo alle stampe, “è un libro al futuro”. Una battuta anche questa, certo, perché come si fa a prevedere il futuro? In un libro, poi, che si occupa di incroci pericolosi tra politica, giustizia e affari sporchi… Ma si vede che negli ultimi tempi le battute mi riescono piuttosto bene, visto che anche questa, come quella sul “trasferimento” dei giornalisti, si è avverata.
Avevo detto – e lo racconto in “Roba Nostra” – che in Basilicata l’anno scorso è stato avviato un esperimento, che, se nessuno fosse intervenuto, sarebbe stato riprodotto da qualche altra parte in maniera più ampia e più disastrosa.
E’ accaduto che mentre la procura di Catanzaro (c’era ancora de Magistris) stava indagando su un bel numero di magistrati lucani, di Potenza e di Matera, la procura di Matera (gli indagati) si è messa a indagare sugli indagatori (de Magistris). Come? Surrettiziamente. E cioè? Si è inventato il reato di “associazione a delinquere finalizzato alla diffamazione a mezzo stampa” e ha messo sotto controllo i telefoni di cinque giornalisti (me compreso) e un ufficiale dei carabinieri (quello delegato da de Magistris per le indagini sui magistrati lucani). Così facendo, i magistrati indagati hanno potuto conoscere cosa si dicevano gli indagatori (de Magistris e l’ufficiale delegato a indagare).
Avvertivo: guardate che così va a finire male.
Chiedevo: caro Csm, caro Capo dello Stato, intervenite subito.
Niente. Nemmeno una parola, un singulto, un cenno. Nemmeno quando era chiaro a tutti che quei magistrati lucani, al di là di ogni altra considerazione, vedevano ormai compromessa la loro terzietà. Un magistrato - si dice sempre, e a ragione -, come la moglie di Cesare, deve non soltanto “essere”, ma anche “apparire” imparziale, terzo, non sospettabile di alcunché. Per i magistrati lucani, invece, non è così. Nonostante siano parti in causa, essi continuano a indagare sugli indagatori, chiedono e ottengono proroghe di indagini (siamo alla quarta) perché, dicono, il reato che si sono inventati, l’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa, è complicatissimo. E rimangono al proprio posto nonostante le associazioni regionali degli avvocati ne chiedano il trasferimento, per consentire un funzionamento appena credibile della giustizia.
Niente. Si è lasciato incancrenire il problema ed ecco replicato l’esperimento a Catanzaro. La “guerra” fra procure non è altro che la riproduzione di quel corto circuito messo in atto da indagati che indagano sui loro indagatori, affinché, rovesciato il tavolo e saltate per aria le carte, non si sappia più chi ha torto e chi ha ragione perché, appunto, “c’è la guerra”. E dopo la “guerra”, ecco la “tregua” o, se preferite, “l’armistizio” (così, banalmente ma non meno consapevolmente, tutti i giornali, salvo rarissime eccezioni di singoli commentatori).
Guerra e tregua. E’ questo il titolo dell’ultima, penosa sceneggiata italiana su u
na vicenda, scrivo in “Roba Nostra”, che è la “nuova Tangentopoli” italiana. Quando, sei mesi fa, è uscito il libro, qualcuno mi ha chiesto se non esagerassi. Adesso, l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dichiara: “Ciò che sta accadendo oggi è peggio di Tangentopoli”. E Primo Greganti, uno che se ne intende, ammette anche lui, che “sì, oggi è peggio di Tangentopoli”.
Infine, una curiosità, o una coincidenza, o un suggerimento per una puntata al gioco del Lotto, fate voi.
Mi hanno rimosso dal servizio che stavo seguendo a Catanzaro il 3 dicembre 2008. Esattamente un anno prima, il 3 dicembre 2007, Letizia Vacca, membro del Csm, anticipava “urbi et orbi” la decisione che poi il Csm avrebbe preso su Clementina Forleo e Luigi de Magistris. “Sono due cattivi magistrati, due figure negative”, disse la Vacca. E Forleo e de Magistris sono stati trasferiti. Per me, più modestamente, è bastata una telefonata. Ma diceva più o meno la stessa cosa. Diceva che sono un cattivo giornalista.>>

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