25.5.11

Gli indignados e l’Italia

E’ successo anche in Spagna. Doveva accadere.
Alla prima occasione buona, le elezioni amministrative, la gioventù iberica si è sollevata contro l’establishment, sotto il coordinamento del Movimento 15-M (quindici maggio, giorno dell’inizio della protesta).
Giovani che soffrono la crisi, che sono contro la partitocrazia e contro la politica bipolare del PSOE e del PP (i corrispettivi spagnoli del Pd e Pdl), che chiedono riforme, prima di tutto elettorali, democrazia partecipata e il divieto di finanziamento ai partiti.
Il parallelo con il Movimento 5 Stelle è stato subito immediato per molti. Però…ci sono dei però.

Anzitutto, i giovani hermanos hanno dimostrato ancora una volta di avere più cojones di noi. Sono scesi in strada e hanno occupato luoghi simbolo della Spagna per vari giorni, contro ogni legge.
Bravi! A volte per essere ascoltati e ottenere rispetto è necessario rifiutare ogni compromesso.
Ma qual è stato alla fine il risultato di tutto questo bailamme? Una vittoria schiacciante della destra.
E perché? Perché l’unica proposta era protestare e astenersi dal voto.
Combattere il sistema auto-estromettendosi da esso…
E una strategia simile in Italia l’abbiamo vista con il Popolo Viola ai tempi delle ultime elezioni regionali, non con il Movimento 5 Stelle.

Forse per la prima volta mi trovo a dispiacermi per gli amici spagnoli, anziché a invidiarli.
In Spagna c’è stata vera anti-politica (che è un sintomo grave, beninteso); in Italia siamo, per una volta, più avanti. Perché da alcuni anni l’indignazione si è strutturata in una proposta, che come un cuneo si sta infilando (o infiltrando) tra le due forze in gioco.
Paradossalmente, quindi, il regime telecratico in cui sguazziamo soavemente da quasi venti (!!!) anni ci ha portato a sviluppare prima degli anticorpi.
Già al primo V-day, prima della nascita delle 5 Stelle, gli indignati italiani sono scesi in piazza a firmare delle proposte.
In Spagna è mancato un Beppe Grillo che “indicasse la strada”, qualcuno attorno a cui organizzarsi.

Ad ogni modo, nemmeno a casa nostra possiamo ridere. Le cose vanno male, anzi malissimo. E non c’è movimento che ci possa salvare dal peggio (sono il solito catastrofista, lo so).
Ma quando arriverà lo “schianto”, sarà quella buona politica a segnare il passo della rinascita.
Gli amici spagnoli peccano di organizzazione, in Italia manchiamo di coesione, da sempre.
Noi non impariamo mai. Ancora qualcuno vota Partito Liberale, Partito dei Pensionati, Partito Socialista e la nuova DC, in nome di una tradizione che non esiste più. Lo stesso a sinistra, dove, nonostante l’evidente successo del partito di Vendola, c’è ancora chi vota Rifondazione e Comunisti Italiani, una zappa sui piedi dopo l’altra.

E lo stesso partito “Sinistra Ecologia e Libertà” è tuttora inquadrato come compagine estrema –e propositiva, aggiungo- di una futura forza di governo “riformista” –il PD- che cambierà poco o nulla negli anni a venire (ad eccezione di un’ Italia senza Berlusconi, che può solo giovare a tutti. Anche a destra, sì).

In Italia non impariamo mai. In più siamo un paese vecchio -terzi nel mondo-. E vai tu a spiegare a quella parte di elettorato come partecipare ad un Meetup...o che il proletariato è praticamente estinto.

Morale: ottimisticamente tra un paio d’anni, italiani e spagnoli saranno “una sfiga, una razza”.
Nuoteremo grossomodo nello stesso mare di guai. Per sapere quali basta guardare alla Grecia (dove in questi giorni non si trovano più medicinali, perché lo stato non può pagare le multinazionali farmaceutiche).
E’ probabile che per allora gli spagnoli avranno imparato dai nostri insegnamenti pro-positivi. Dubito invece che noi sapremo dimostrarci altrettanto risoluti e progressisti.

R

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