19.6.11

Il carroccio del vincitore

Il referendum è passato. Martedì mattina il sole è sorto su un Paese completamente diverso.
Tutto all’apparenza è come prima, i problemi sono al loro posto, anche se in giro si vedono facce molto più distese e serene.
Lo stravolgimento vero ovviamente è nella politica. La destra governativa  ha visto avverarsi una profezia maya ad personam. Le opposizioni canoniche hanno sfilato in parata come veterani  vittoriosi dopo un conflitto armato.
E tutti, nessuno escluso, si sono svegliati all’indomani del voto come folgorati sulla via di Damasco.
Un’epifania collettiva ha investito i politici di ogni colore, rivelando loro la visione di un radioso futuro utopico.
Insomma, il referendum è stato un successo per gli italiani e pare anche aver avuto l’effetto di una secchiata d’acqua per la politica -e la stampa-!
Pare.

Perché siamo pur sempre il paese della “legge del più furbo” e non c’è nessuna luce divina!
Il referendum in realtà è stato una mazzata per tutto il sistema partitocratico e l’industria del consenso, alcuni hanno semplicemente cavalcato l’onda. Altri invece, -una lista sempre più lunga- stanno realizzando e si adattano a giochi fatti.
Un esempio su tutti, il Pd, che dieci giorni prima del referendum ha tappezzato le città con manifesti con scritto “4 sì” e il simbolo di partito, per poter apparire come paladini dei diritti civili e prolungare il sogno di vittoria dopo le amministrative, pronti ad usare la volontà degli italiani per ribadire in conferenza stampa che “Berlusconi deve dimettersi”. Una cosa vergognosa. Specie da parte di chi ha dato in gestione ai privati l’acqua in mezza Italia, si è dimenticato di votare l’accorpamento del referendum alle elezioni ed era favorevole al nucleare.
Ma il Pd non è il solo a godere di un immeritato ritorno di immagine positivo. Il cosiddetto terzo polo ci guadagna in autorevolezza come alternativa “sana” e plurale alla destra assolutista di Berlusconi.
E poi c’è la Lega Nord. Anzi, c’è soprattutto la Lega Nord!
L’Italia intera aspetta col fiato sospeso il responso degli oracoli di Pontida.
Cosa diranno Maroni e Bossi? Cota e Zaia? Calderoli e Borghezio? Il nostro destino dipende da loro, i sempreverdi goliardi celti, in pellegrinaggio per celebrare il nulla in ampolla.
Davanti a loro una scelta difficile: rigare dritti a testa bassa, per dimostrare coerenza e fiducia nel proprio operato, magari con la promessa (la minaccia) che “da domani si cambia” e con qualche scontata uscita celodurista, oppure…
Oppure saltare anche loro sul carro del vincitore (anzi, il carrozzone), scaricando tutte le colpe su un Berlusconi ormai impresentabile e indifendibile. Fare finta di non sedere a Roma da quindici anni e dire “noi lo dicevamo, siamo da sempre con il popolo! (padano)”, nella speranza di portare comunque a compimento la riforma federalista dopo il “ribaltone”, insieme a Fini, Casini e Bersani.

Ovviamente è molto più probabile la prima delle due ipotesi, nonostante casi eclatanti come il governatore Zaia che ha votato contro i decreti del suo stesso governo. (Decreti approvati mentre era Ministro delle politiche agricole. Devono essergli sfuggite due o tre “leggine” ininfluenti. Capita. Oppure è proprio vero che Berlusconi comanda da solo. In tal caso è davvero l’unico colpevole e la Lega è “solo” connivente.)
Non va mai dimenticato che la Lega Nord obbedisce fedelmente a Berlusconi da quando questi ripianò i debiti del partito ormai al collasso (il crack Credieuronord). Da allora la cieca gratitudine ha vinto sopra ogni altra cosa.



Berlusconi e Bossi, per usare una metafora colorita e in voga, si tengono per le palle a vicenda da più di dieci anni.
I tempi saranno maturi per rescindere il contratto e riprendersi l’anima? Staremo a vedere.
Più che al carnevale di Pontida, con il voto di fiducia di mercoledì  prossimo.

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