29.4.12

Save the EU

Questo grafico pubblicato dal Corriere della Sera ritrae la situazione economica dei 27 stati dell’Unione Europea.
A un primo colpo d’occhio si nota come la situazione sia complessa, con alcuni casi particolarmente gravi, ma ad osservare i dati nel dettaglio, è anche la riprova che la moneta unica non ha una correlazione diretta con la salute dei singoli Paesi.

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Euro o non Euro non è significativo. Lo si vede in particolare prendendo due casi: quello dell’Estonia (Eurozona) in confronto alle altre due repubbliche baltiche con valuta nazionale, e quello dell’ex-Cecoslovacchia: Bratislava con l’Euro e Praga con la Corona.
Nel primo caso, l’Estonia se la cava molto meglio rispetto alle due repubbliche “sorelle”, nel secondo, la Repubblica Ceca ha un deficit minore della Slovacchia, ma cresce meno della metà. Tutti questi paesi hanno un rapporto debito-Pil inferiore al 50%, ben lontani dalla soglia del 100%, da noi ampiamente superata, oltre la quale uno stato non può più investire, perché gli incassi vanno a ripagare gli interessi sul debito.

(per chi non mastica molto di economia, come la (dis)onorevole Paola Concia che pensa che “un grosso debito è un deficit per lo Stato”, in soldoni il rapporto deficit/Pil è quanto uno stato perde in un anno –o guadagna, in caso di surplus-, il rapporto debito/pil indica quanto pesa l’intero debito sullo stato, mentre il Pil in questi termini indica la “reattività” di un’economia, ovvero la produttività e la crescita del mercato.
La crescita del mercato incide positivamente sul deficit che si riflette sul debito; in alternativa, con un’economia in recessione, uno stato “sano” può investire, aumentando il debito, ma rimettendo in moto un ciclo virtuoso che sul medio-lungo termine porta un beneficio alle casse e in definitiva ai cittadini).


Un altro confronto significativo è quello tra Francia e Regno Unito. Gli inglesi, da sempre refrattari a politiche comunitarie, se la passano peggio dei francesi. Anzi, se la passano quasi peggio di noi, con la differenza che il loro debito non ha raggiunto ancora quota 100% sul Pil, anche se, con un deficit all’8% ci stanno per raggiungere nel club dei PIIGS, persino prima della Spagna, che sconta però una disoccupazione da guinness dei primati.

Insomma, come scritto, non c’è alcuna evidenza di una relazione diretta tra la crisi sistemica e l’Euro. Il vero problema è la governance economica: chi fa cosa con i nostri soldi e soprattutto (regola d’oro) come.

La prima evidenza del grafico è in verità la disparità nelle diverse economie. Un’ “anarchia” che in un mercato unico non è più, evidentemente, possibile.
Mercato unico e non moneta unica. Sono in crisi anche Stati che ancora non hanno adottato l’Euro; anche quelli che (Regno unito e Repubblica Ceca) non hanno sottoscritto il Fiscal Compact, il nuovo trattato comunitario che cerca di ri-armonizzare le diverse economie dell’Unione.


Fiscal Compact

Dall’istituzione dell’Area Schengen (mercato unico), più che dell’Eurozona (moneta unica), infatti, le diverse economie nazionali sono legate tra loro. Lasciando da parte per ora la mediazione delle banche (che riguarda il come di cui sopra), ciò che avviene ora è che ci strattoniamo a vicenda: Irlanda e Portogallo prima, Grecia poi e infine noi italiani, con le nostre politiche sciagurate e amministrazioni spericolate strattoniamo verso il basso gli altri Stati dell’Unione costretti a pagare per ripianare il debito, indebolendo tutto il sistema.
Il fiscal compact si propone di riportare tutti a remare nella stessa direzione, impegnando i singoli Stati a mantenere il disavanzo primario entro il 3%.
Una norma per responsabilizzare i governi nazionali, che nell’Unione Europea del 2000 sono in un rapporto di co-dipendenza tra loro. Una politica sbagliata o sconsiderata da parte di uno Stato ha ripercussioni su tutti i 400 milioni di cittadini europei.


Euro
No Euro
Germania
Finlandia
Estonia
Lussemburgo
Malta
Austria
Bulgaria
Ungheria
Svezia
Danimarca

Slovenia
Olanda
Cipro
Francia
Belgio
Slovacchia
Spagna
Polonia
Lituania
Lettonia
Romania
Repubblica Ceca *
Regno Unito *

Italia
Irlanda
Portogallo
Grecia

Stati con deficit oltre il 3% rispetto al pil
Stati con deficit oltre il 3% e debito pubblico oltre il 100%
* non hanno firmato il Fiscal Compact


Per questo, il Fiscal Compact (insieme al Meccanismo Europeo di Stabilità, che istituisce un fondo di salvataggio permanente garantendo minori speculazioni finanziarie), sulla carta è una buona misura, anche se da sola non basta. Si entra qui nell’ambito della governance: servono politiche comunitarie serie ed efficaci.

Eppure, in tutto il continente, miopi nazionalismi che non hanno mai nemmeno voluto provare ad entrare in uno spirito e un’ottica europei ora spopolano, complici la paura e la stanchezza della popolazione, e hanno l’occasione di affossare il Fiscal Compact prima della nascita.

Nello specifico, in Irlanda, dove tra un mese si vota il referendum per la ratifica del trattato.
Quasi certamente vincerà il no. No allo strapotere delle banche? Anche, ma non solo. Il no al Fiscal Compact significa no al risanamento dell'Irlanda stessa, che non l'Euro, ma la speculazione bancaria e finanziaria hanno portato sul baratro.
Non va dimenticato che la prima nazione europea a cadere è stata proprio l’Irlanda, rendendo necessario il primo fondo di salvataggio (il futuro MES).
Oggi l’Irlanda ha un deficit al 13% e un debito al 108%. Sono loro la prossima Grecia.
Votare no al referendum significa evitare di affrontare il problema e continuare ad andare a fondo, perché senza politiche correttive il giorno dopo aver bocciato il trattato l’Irlanda resterà nella stessa condizione disperata, fino a rendere necessario un nuovo intervento degli altri stati, singolarmente e come Unione.


Italia

Vada come vada nel resto d’Europa, per l’Italia l’obbiettivo 3% non è tanto distante, ma il vero traguardo è riportare sotto la soglia del 100% un debito spropositato, gonfiato a suon di opere faraoniche, missioni di guerra, speculazione, evasione…in generale, cattiva amministrazione.
Solo allora lo Stato potrà tornare a investire e a fornire servizi, anziché tagliarli.
Per come stanno andando le cose, purtroppo, non è così sicuro che ci arriveremo in tempo per salvare quel che resta dello stato sociale, né che per allora esisterà ancora l’Europa così come la conosciamo. C’è chi lavora giorno e notte per distruggerla.
Io voglio però credere che quelli che come me vogliono salvare l’Unione Europea siano ancora la maggioranza.



Per approfondire:
Europa questa sconosciuta Parte1 - Parte 2
I complottisti dell'era Facebook e le balle sull'UE Parte 1 - Parte 2

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